Per i bambini i 4 libri di Fiabe di M. A. Spadaro ambientate a Palermo nei vari periodi storici. Ed. Vittorietti // 6 giugno 2017 ore 17.00 Conferenza "Arte al femminile" a Palazzo Petyx via E.Albanese 94 Palermo // "O'Tama e Vincenzo Ragusa. Un ponte tra Tokyo e Palermo" a cura di M. A. Spadaro - Palazzo Sant'Elia - 12 maggio-28 luglio 2017

domenica 3 luglio 2016

"Architettura come metafora" inaugurazione mostra di Giuseppe Arcidiacono - 2 luglio 2016

Sala delle Carrozze
Invito
Presentazione
2 luglio 2016 - Villa Niscemi
1. G. Arcidiacono, M. A. Spadaro e E. Palazzotto
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La Sala espositiva
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Inaugurazione mostra 
ARCHITETTURA COME METAFORA
collage e disegni di Giuseppe Arcidiacono

Villa Niscemi - Palermo

[Foto di Gandolfo Li Puma]





Testo di presentazione di  Maria Antonietta Spadaro


Prof. ordinario di Composizione Architettonica e urbana presso la Facoltà di Architettura dell’Ateneo di Reggio Calabria, Giuseppe Arcidiacono (Catania 1953) ha esposto i suoi progetti e quadri d’architettura a Roma, Belgrado, Colonia, Aquisgrana, Berlino, Vienna, Francoforte, Torino, Milano, Venezia, Rovereto, Parigi, Stoccarda, ecc. ma il suo abitare, reale e poetico, si svolge in quei luoghi della classicità mediterranea che sono la Sicilia, terra natale, e la Calabria, patria adottiva.


Chiariamo innanzi tutto il titolo. Ho proposto a G. A. Architettura come metafora quale titolo della mostra perché secondo me - anch’io sono architetto - l’architettura da sempre investe l’universo dell’uomo in un modo talmente invasivo da avere pochi confronti con altre discipline. Pertanto “architettura” può essere metafora di qualsiasi aspetto della realtà e del pensiero, ieri come oggi.

Il polimorfismo della tecnica mista pittura/collage affascinò molto, condizionandone gli esiti, i maestri dello sperimentalismo delle avanguardie artistiche nei primi del sec. XX quali Braque e Picasso, i Futuristi, Dada, Bauhaus, i Costruttivisti e le Avanguardie Russe, Surrealisti come Max Ernst, Hannah Höch, George Grosz, John Heartfield, Raoul Hausmann, e molti altri anche in tempi recenti.
Si tratta di una tecnica lenta che richiede, nel tagliuzzare e incollare (collage deriva dal francese  papiers collés, carte incollate), tempo per pensare, scegliere e comporre infine l’opera.
Gli assemblaggi di Arcidiacono, attraverso l’uso di forbici, fogli e colla, in aggiunta a pennello e colori, trovano soluzioni che, con un rigore “architettonico” - imprescindibile per la sua specifica formazione - riescono a superare il limite della razionalità per giungere a riformulare poetiche e magiche visioni di realtà altre. 
Recuperando e selezionando frammenti di immagini con un loro vissuto - esse hanno un passato, una storia precedente che rimane sottesa anche nel nuovo assetto - l’artista con l’originale intarsio li fa rivivere. Le immagini de-contestualizzate infine trovano nuovi equilibri contaminandosi tra loro in inedite composizioni e aprendosi a diverse suggestioni. 
L’intervento pittorico o grafico assume spesso valore di legante tra parti dell’opera nel suo complesso, accentuando l’iperbole del senso di tali capricci di piranesiano fascino.
Non posso tralasciare il ricordo che i collage di Giuseppe Arcidiacono hanno suscitato subito in me: le utopie visive espresse sulle pagine della rivista “Casabella”, diretta dal 1970 al 76 da Alessandro Mendini, maestro del cosiddetto rivoluzionario “radical design”, il quale diresse poi fino al 1979 la rivista, ancora più provocatoria, Modo.
Un mondo di immagini e testi di Ettore Sottsass, il gruppo Archizum e in particolare Superstudio,  architetti che hanno condotto una battaglia serrata in termini postmoderni contro la banalità di un razionalismo omologato in forme stanche e funzionale alla speculazione edilizia, che già negli anni 70 aveva stravolto le città italiane.
Oggi quei “progetti” e quelle riviste ci appaiono profetici e straordinariamente attuali nella grafica insolita per l’epoca e nei contenuti, anticipatori di quella cultura “liquida” del nostro attuale mondo web.  [Al Maxxi di Roma (fino al 4 settembre 2016) è allestita la grande retrospettiva Superstudio 50, dedicata al gruppo che ha tracciato a partire dagli anni 60 un percorso inedito nella cultura architettonica.] 
Critica analoga all’architettura razionalista veniva da Aldo Rossi e Massimo Scolari, assistente di Rossi a Milano, che come Arcidiacono hanno sviluppato un discorso critico sull’architettura attraverso la pittura. In particolare Scolari rifiuta le modalità consolidate e inventa “storie” anacronistiche con proporzioni distorte e prospettive impossibili che fondono realtà e illusione, contestando la “logica” che ha portato ai disastri ambientali dell’oggi. Altro riferimento possibile, rimanendo in ambito nazionale, è Franco Purini: anch’egli infatti usa il disegno come invenzione, libertà, non “progetto” nel senso limitato del termine. Siamo sempre all’interno dell’architettura disegnata.
La produzione di Arcidiacono, riconducibile in parte a tali esempi, si esprime tuttavia con assoluta originalità ritrovando in quelle geniali creazioni il filo di una ricerca che tenta di liberare la prassi architettonica da tecnicismi privi di vitalità e di ridare al disegno autentico valore di progetto o meglio di un’“idea” di Architettura, nel filone inaugurato da artisti quali Piranesi, Boullée, Sant’Elia, Soleri, ecc.
Le sue allusioni, gli sconfinamenti iconografici, le rappresentazione di plurimi interventi in luoghi urbani e non, sanno di premonizioni visionarie (tra archeologia, mitologia e postmoderno) e chissà, potrebbero fornire o costituire strumenti progettuali. Si tratta di trame narrative, a volte ironiche talaltra inquietanti: paesaggi visivi ibridi, sorta di veicoli ideologici apparentemente divertenti ma che in fondo costringono a pensare, grazie anche alle acute insinuazioni sottese ai titoli. Bisogna “negoziare” il caos dichiara Arcidiacono.
Infine mi piace, in questo contesto, citare un dipinto che mi ha sempre incuriosito. Si tratta del Capriccio con edifici palladiani di Antonio Canaletto (1757 ca): esso costituisce un esempio di quella che Aldo Rossi definiva “città analoga”. Nel dipinto appare uno scorcio di una Venezia inesistente: infatti le architetture palladiane reali o solo progettate che vediamo sono collocate in una Venezia analoga. Il capriccio di Canaletto è una sorta di collage, uno spaesamento nel quale edifici progettati da Andrea Palladio nel sec. XVI, quali Palazzo Chiericati e la Basilica di Vicenza, fanno  da quinte al ponte di Rialto - un progetto di Palladio mai realizzato - il tutto immerso nella tipica atmosfera lagunare della Serenissima.
Due secoli separano Palladio da Canaletto e ciò dimostra da un lato l’apprezzamento del maestro del vedutismo veneto per l’opera del grande architetto padovano, precursore di quella sorta di “neoclassicismo” ante litteram, tanto apprezzato e riciclato dall’empirismo anglosassone, e dall’altro quanto le sue creazioni architettoniche fossero in sintonia con l’ambiente della laguna veneta. Ciò potrebbe costituire anche una velata critica al fatto che non fu mai data al Palladio la possibilità di costruire, nella Venezia dei dogi, edifici civili (egli realizzò solo due chiese), sebbene sue splendide architetture punteggino e qualifichino l’intero territorio veneto.

[M. A. Spadaro]




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M. A. Spadaro con Francesca Fatta


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Incontro del 6 luglio 

6 luglio 2016

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Cannoli a Villa Niscemi!

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